Filippo Venturi | Photography

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Guido Guidi, la fotografia pensa

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Guido Guidi, la fotografia pensa

La fotografia pensa
Guido Guidi in dialogo con Silvia Loddo

3 incontri alla Sala Lignea della Biblioteca Malatestiana di Cesena.

  • 17 gennaio 2012, ore 17.15
  • 24 gennaio 2012, ore 17.15
  • 7 febbraio 2012, ore 17.15
    Rinviato al 14 febbraio 2012 causa neve, ore 17.15
    Rinviato al 21 febbraio 2012 causa neve, ore 17.15

Il fotografo cesenate proporrà una lettura del proprio percorso attraverso le sue antologiche più importanti da “Varianti” (1995) al recentissimo “A New Map of Italy. The Photographs of Guido Guidi”. “Varianti” ripercorre l’avventura fotografica di Guidi fin dai suoi esordi in bianco/nero. Le immagini iniziali ritraggono figure viste attraverso l’occhio dell’arte concettuale dell’inizio degli anni ’70, ma poi lentamente lasciano il posto alle prime indagini sulle architetture “minime” degli ambienti rurali o delle periferie.
“A New Map of Italy. The Photographs of Guido Guidi” è frutto di un dialogo lungo oramai 25 anni fra Guido Guidi e il fotografo americano ed editore di Loosestrife Editions, John Gossage. “Due fratelli” – dice Guidi – che senza un’altra lingua in comune (Guidi non parla l’inglese, Gossage non parla l’italiano), parlano la fotografia”.
Questo nuovo photobook è selezione non-sequenziale e non-narrativa di fotografie scattate negli ultimi trent’anni, che finiscono pertanto per definire la sua posizione sul territorio del suo paese. “Questa non è la visione dell’Italia di uno storico o di un politico, di uno studioso di statistica o di un romanziere, è la visione di un fotografo. Più precisamente, è la visione di un fotografo-poeta”. (Gerry Badger).
Gli appuntamenti successivi sono fissati per martedì 24 gennaio, quando si parlera di “Fiume” (milano, 2010) e per martedì 7 febbraio, quando l’attenzione sarà focalizzata su “Carlo Scarpas Tomba Brion, with a text by Guido Guidi and an essay by Antonello Frongia” (Ostfildern, 2011).

L’evento su Facebook.

Guido Guidi

Guido Guidi

Guido Guidi nasce a Cesena nel 1941. Studia all’Istituto Universitario di Architettura di Venezia (IUAV) dove segue i corsi di Bruno Zevi, Carlo Scarpa e Mario De Luigi; al Corso Superiore di Disegno Industriale di Venezia dove segue i corsi di Italo Zannier e Luigi Veronesi. Dal 1970 Guidi lavora come fotografo al Dipartimento di Urbanistica dello IUAV. Dal 1986 viene invitato a tenere Lezioni, Seminari e Laboratori in diverse Università italiane e in diverse Istituzioni pubbliche e private. Il suo lavoro è stato esposto in prestigiose Istituzioni nazionali e internazionali ed è stato pubblicato in molti libri e cataloghi. Dal 1989, con Paolo Costantini, William Guerrieri e Roberto Margini, collabora al progetto “Linea di Confine per la fotografia contemporanea”. Dal 1989 è docente di fotografia presso l’Accademia di Belle Arti di Ravenna. Dal 2001 è docente del Laboratorio di Fotografia del clasAV – corso di laurea specialistica in Arti Visive dello IUAV.

Guido Guidi è considerato il fotografo italiano che più d’ogni altro, a partire dalla fine degli anni Sessanta, ha esplorato i confini e i margini del paesaggio contemporaneo evitando ogni romanticismo nostalgico e ogni forma di spettacolarizzazione. Come l’americano Lewis Baltz egli ha sovente concentrato la sua attenzione sugli spazi intermedi, sui luoghi marginali, “restanti”, esclusi da ogni significazione forte e anche dal nostro stesso sguardo cosciente. Vicino alla ricerca fotografica di Luigi Ghirri – con cui ha più volte lavorato in analoghe ricerche sul territorio (come ad esempio l’Archivio dello spazio a cura della Provincia di Milano, Viaggio in Italia e Esplorazioni sulla via Emilia. Vedute nel paesaggio) ha fatto parte di quel gruppo di autori (tra cui, ad esempio, Gabriele Basilico, Mimmo Jodice, Giovanni Chiaramonte, Vincenzo Castella e Olivo Barbieri) che agli inizi degli anni Ottanta ha rinnovato la tradizione fotografica italiana aprendola a un linguaggio discreto, sommesso, interrogativo.

Figura cardine della fotografia italiana contemporanea, Guido Guidi (Cesena, 1941) è stato tra i primi, in Italia, a fotografare il paesaggio marginale e anti-spettacolare della provincia. Le ricerche avviate negli anni Settanta sull’edilizia spontanea della Romagna orientale (1971-72), o sulla Strada Romea (1975-90) – che collega Cesena, la sua città, a Venezia, dove studiava e oggi insegna -, o quelle successive sulle aree industriali di Porto Marghera e Ravenna (1983-97) o sui paesaggi “interposti” tra i centri urbani europei (1993-96) si concentrano su luoghi liminari, familiari al fotografo, e condividono un carattere aperto e interrogativo. Nella mostra Quattro sono comprende i lavori di Porto Marghera, le ricognizioni su una cava di inerti sul Monte Grappa, immagini tratte dalla serie “Rimini Nord” e quelle scattate nel 1989 a Gibellina. Per queste ultime lo sguardo del fotografo cesenate è stato paragonato a quello di un archeologo: il lavoro da lui condotto negli anni è un’operazione di scavo stratigrafico, grazie alla quale, senza imporre idee preconcette, raccoglie sistematicamente i segni del passato e del presente.

Uno dei rari articoli biografici su Guido Guidi è leggibile su fotologie.it oppure scaricabile qui: Guido Guidi.

Guido Guidi, foto 1

Guido Guidi, foto 1

Guido Guidi, foto 2

Guido Guidi, foto 2

Guido Guidi, foto 3

Guido Guidi, foto 3

Guido Guidi, foto 4

Guido Guidi, foto 4

Guido Guidi, foto 5

Guido Guidi, foto 5

Guido Guidi, foto 6

Guido Guidi, foto 6

Guido Guidi, foto 7

Guido Guidi, foto 7

Vorrei iniziare con la stessa domanda che anni fa Angelo Schwarz rivolse a trenta autori e critici, ovvero “che cosa è per te la fotografia?”

Antonioni diceva: “C’è un’occupazione che non mi stanca mai: guardare”. E aggiungeva : fotografare “è per me un approfondimento dello sguardo”, fotografare “è per me vivere”. Faccio mie queste risposte.

Quando hai iniziato a fotografare?

A metà degli anni Cinquanta, quando ancora sognavo di diventare architetto o anche pittore, e i miei maestri andavano da Carlo Scarpa a Bonaventura Berlinghieri, dal Sassetta a Paul Klee, da Munch a Giacometti. Ma è dalla fine degli anni Sessanta che mi sono occupato sempre di più di fotografia. In questo sono stato incoraggiato e aiutato da Italo Zannier e Luigi Veronesi, miei “Maestri” alla scuola di disegno industriale di Venezia. Zannier mi ha fatto conoscere la storia della fotografia e Veronesi un modo di fotografare che aveva radici astratte, vicine al Bauhaus.

Poi però ci sono statigli incontri con un critico attento come Paolo Costantini e l’amicizia con Luigi Ghirri…

Incontrai per la prima volta Luigi nel 1977 a Bologna, era venuto all’inaugurazione della mostra “Due aspetti della attuale ricerca fotografica”, dove i due “aspetti” eravamo io e Mario Cresci. Poco tempo dopo mi propose di riorganizzare il materiale di quella mostra per pubblicarlo presso “Punto e Virgola”, la Casa Editrice che stava fondando. Luigi mi suggerì anche il titolo: “Album” e sua moglie Paola mi disegnò la copertina. La mia lentezza nel preparare il menabò convinse però Luigi a posticipare l’uscita del mio libro, realizzando prima quello di Roberto Salbitani. Purtroppo la Casa Editrice fallì subito dopo e non se ne fece nulla. Ho poi partecipato a diversi progetti che ha curato Luigi fra cui “Viaggio in Italia” e in seguito “Esplorazioni sulla Via Emilia”. Dopo questa ricerca ci siamo visti purtroppo sempre meno, nonostante continuassi ad avere stima per il suo lavoro.
Ho invece conosciuto Paolo Costantini quando era ancora studente, nel 1979, in occasione della grande mostra “Venezia 79 la fotografia”, e da allora fino alla sua scomparsa prematura, ci siamo frequentati con assiduità.
Devo aggiungere che prima, negli anni Sessanta, c’erano state anche quotidiane discussioni con Giuliano Cosolo, pure lui scomparso troppo presto. Ma le influenze determinanti per il mio percorso fotografico sono venute da lontano: da Atget, da Evans (di cui comprai per posta il catalogo del MOMA nel 1971 o forse nel ’72), e successivamente da Lee Fiedlander di cui ho seguito un seminario nel ’79; quindi da Robert Adams e da Stephen Shore di cui nel 1977 notai il lavoro pubblicato nella rivista “Camera” e col quale in seguito ho fatto un progetto in Friuli.

Sarà a breve inaugurata una riedizione di“Viaggio in Italia”, la storica mostra che diede il via a un grande rinnovamento all’interno della fotografia italiana. A distanza di vent’anni da quell’importante progetto collettivo, cui pure tu partecipasti, che cosa ritieni ancora valido di tale ricerca?

Talbot “inventa” la fotografia per farne uso personale nei suoi viaggi in Italia. La fotografia quindi si pone fin da subito come sostituzione del quaderno di appunti. E tale è stata l’impostazione della nostra ricerca per “Viaggio in Italia”. Però, come dice Robert Adams, la fotografia, per essere attuale, deve essere sempre nuova dato che la superficie della vita continua a mutare.

E come è cambiata la tua ricerca rispetto agli anni di Viaggio in Italia?

Alcune mie fotografie, pubblicate nell’84 in “Viaggio in Italia” , erano in realtà state eseguite nel ’71-’72. Partecipare a questo progetto fu quindi per me doppiamente gratificante, anche perché pochissimi si accorsero di quelle date, nemmeno chi scrisse la prefazione al libro. Certamente il clima di euforia che si creò attorno a “Viaggio in Italia” contribuì ad incoraggiarmi. Fui autorizzato a pensare – e questa fu per me davvero una novità – che la mia ricerca potesse finalmente iniziare a dialogare con una, sia pure elitaria, committenza.

Gabriele Basilico, tuo compagno nella ricerca Viaggio in Italia, è ormai universalmente noto come il “fotografo delle città”. Tu invece hai preferito dedicarti ai margini, alla periferie, ai luoghi trascurati, marginali, delle città. Perché? Che cosa significano nella tua ricerca tali luoghi?

Andare verso il margine, stare sul confine, richiede la disponibilità e la volontà di compiere una esperienza di apprendimento, d’interrogazione. Lavorare sul confine significa infatti lavorare privi di certezze e osservare situazioni non codificate, incerte, aperte, non comprese o male intese. Insistere sul margine, e anche la fotografia ha un margine, vuol dire tentare di avere uno sguardo più allargato sulle cose, privo di pregiudizi.

Accanto a questa ricerca hai spesso fotografato gli edifici di alcuni architetti storici, come Le Corbusier e Carlo Scarpa. Con quali intenti fotografici ti sei avvicinato a questi autori e alle loro opere?

I progetti fotografici su Mies, Le Corbusier e Scarpa sono stati, prima di tutto, esperienze conoscitive. Non ho mai usato la fotografia come uno strumento per “abbellire” le loro opere ma come un modo per avvicinarmi alle loro intenzioni progettuali, alle loro immagini mentali.

Come mai ti ostini a esporre immagini “a contatto”, grandi come il negativo, in un mondo dell’arte dove hanno successo soprattutto fotografie gigantesche che s’impongono nello spazio?

Omnia ad comprehensionem, nihil ad obstentationem, pare dicesse un filosofo (Kierkegaard).

Sovente nelle tue immagini si trovano i cosiddetti “errori fotografici”, dalle inquadrature storte ai bordi delle immagini oscurate. Perché? Qual è il tuo stile di lavoro?

Di solito lavoro molto velocemente. Non voglio che le idee si frappongano tra me e la “intrattabile realtà”, e anche la camera è “intrattabile realtà”. La macchina a volte “vuole” andare per conto suo, è maleducata e non posso farci niente. Devo assecondarla perché  mi educhi. E’ lei, infatti, ad essere capace di cogliere le cose là dove non sono state ancora pensate e forse neppure viste.

Fonte: informatissimafotografia.it

Written by filippo

gennaio 14, 2012 a 2:31 am

Pubblicato su Fotografie

Una Risposta

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  1. […] “Veramente” la mostra fotografica da poco inaugurata a Parigi, alla fondazione Cartier Bresson sul fotografo italiano Guido Guidi. […]


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