Filippo Venturi | Photography

Happiness is real only when shared.

Archive for the ‘Libri’ Category

E’ morto Richard Matheson

with one comment

E' morto Richard Matheson

“My beloved father passed away yesterday at home surrounded by the people and things he loved. He was funny, brilliant, loving, generous, kind, creative, and the most wonderful father ever. I miss you and love you forever Pop and I know you are now happy and healthy in a beautiful place full of love and joy you always knew was there.”
– Ali Matheson

“Il mio amato padre è morto ieri, in casa, circondato dalle persone e dagli oggetti che amava. Era brillante, intelligente, amorevole, generoso, gentile, creativo e il miglior padre che si possa desiderare. Mi manchi e ti amerò sempre papà, e so che ora sarai felice nel bellissimo posto pieno d’amore e di gioia che tu sapevi esistere.”
– Ali Matheson

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Non dimenticherò mai il suo romanzo “Io sono Leggenda”.
Niente a che vedere con la porcheria di film che ne hanno tratto.

Non dimenticherò mai i suoi racconti.
Proprio ieri – quando ancora non sapevo – parlavo del suo “L’esame”, che per quanto semplice e breve, mi è rimasto ben impresso nella mente e difficilmente potrò rimuoverlo, per la sensibilità di cui è pregno.

E poi c’è “L’ultimo giorno”, “Duel”, “La casa impazzita”, tutti quelli della raccolta “Shock”, ecc.Insomma una vasta produzione di buona e ottima letteratura.

Lo avevo scoperto grazie a Stephen King, che lo ricordava come uno dei suoi “maestri”.

“Tempo, fammi un ultimo favore. Fermati su questo momento sublime, in maniera che io possa viverlo per sempre.”

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Richard Burton Matheson (Allendale, 20 febbraio 1926 – 23 giugno 2013) è stato uno scrittore e sceneggiatore statunitense.

Lo scrittore Richard Matheson (nato ad Allendale, New Jersey, nel 1926) è «una leggenda vivente» della letteratura e del cinema fantastico. Ha sceneggiato la maggior parte dei film di Roger Corman tratti dai racconti di Edgar Allan Poe.

È stato il «cattivo e buon maestro» che ha innescato molte delle ossessioni di Stephen King e George A. Romero ed è anche stato uno fra gli autori più prolifici della serie televisiva Ai confini della realtà, nonché l’artefice del lancio planetario di Steven Spielberg nell’universo del cinema, avendo scritto per lui Duel, il film cult del ’71.

Matheson ha realizzato romanzi seminali come Io sono leggenda, Io sono Helen Driscoll e Tre millimetri al giorno, dei quali si è impadronita con successo anche Hollywood. Ma è soprattutto l’universo dei racconti fantastici quello in cui ha scatenato la sua incredibile fantasia. Ce lo dimostra l’edizione di tutte le sue storie in quattro volumi realizzata da Fanucci Editore. In Tutti i racconti vengono riproposte filologicamente le storie di Matheson divise in quattro periodi: 1950-1953, 1954-1959, 1960-1993, 1999-2010. Si tratta di 132 racconti di cui ben 51 non erano mai usciti prima d’ora in Italia.

La serie si apre con una vicenda terribile di reclusione casalinga: Nato d’uomo e di donna, del 1950, scritta dal punto di vista di un essere mostruoso rinchiuso in casa da genitori apparentemente normali. Come mi raccontò Matheson in una lunga intervista radiofonica che realizzai per Radio2, «l’idea era di raccontare cosa potesse succedere a una famiglia normale che avesse messo al mondo una specie di mostro. Avevo ventitrè anni e fortunatamente non mi preoccupai di rivedere l’idea che questi genitori potessero portare a casa il neonato e relegarlo nello scantinato. Mi rendo conto che si tratta di un’idea assurda. Dopo essermi sposato e aver avuto dei figli, ci ho riflettuto sopra: probabilmente i medici non avrebbero mai consentito a una creatura del genere di sopravvivere e se anche lo avessero fatto lo avrebbero confinato in un istituto. Sicuramente non avrebbero permesso ai suoi genitori di riportarlo a casa per poi rinchiuderlo in uno scantinato».

Non meno curiosa la genesi di un altro racconto come Duel che narra del confronto fra un povero automobilista e un camionista infernale che sempre Matheson rievoca volentieri così: «Io e il mio amico Jerry Sohl stavamo pranzando sull’erba durante la pausa di una partita di golf quando, ascoltando il notiziario alla radio, apprendemmo che il presidente Kennedy era stato assassinato. Sconvolti, salimmo in macchina e iniziammo a percorre una strada tortuosa che passava per un canyon. All’improvviso un enorme camion iniziò a tallonarci, facendosi sempre più minaccioso. Jerry dovette accelerare e andare sempre più veloce. Insomma, per farla breve finimmo fuori strada e facemmo testa-coda, in una nuvola di polvere, e il camion ci sfrecciò accanto come se niente fosse. Naturalmente rimanemmo sotto shock per un po’. Poi, una volta passato lo spavento iniziale, lo scrittore che è in me prese il sopravvento e cominciò ad annotarsi alcune delle sensazioni provate e che avrebbero rappresentato l’idea di base della storia, anche se la scrissi soltanto dieci anni dopo e divenne un film di Spielberg…».

Trasformare la normalità quotidiana in incubi, far scontrare la dimensione reale con quella fantastica è una costante della narrativa di Matheson. Persino un’occupazione innocente come guardare la televisione in famiglia può essere estremamente pericolosa, come leggiamo in Dai canali. Da un momento all’altro si rischia di essere risucchiati dal televisore per ragioni ignote ma tanto inquietanti da poter fare da modello a pellicole come Poltergeist di Tobe Hooper (1982) e Videodrome di David Cronenberg (1983).

È difficile inquadrare in un genere letterario ben preciso i racconti di Matheson. E lo è per una scelta dell’autore, il quale in oltre sessant’anni di onorata carriera ha mescolato abilmente l’horror, il noir, la fantascienza, la fantasy, la cronaca nera e persino le love story. Frullandoli e reinventandoli secondo nuovi schemi, Matheson riesce sempre a renderci credibile l’incredibile senza usare schemi preordinati.

«È talmente facile saltare da un genere all’altro – sostiene lo scrittore americano – che si può ambientare una storia d’amore su Marte come se si trattasse di un romanzo di fantascienza, e si può, viceversa, ambientare quella stessa storia d’amore nel buon vecchio West ed ecco che si è scritto un racconto di Frontiera. Oppure si può dislocarla in Transilvania ed ecco che si è scritto un horror! L’idea stessa di costringere uno scrittore entro confini predefiniti mi è del tutto estranea».

(Luca Crovi)

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Written by filippo

giugno 24, 2013 at 11:02 pm

Come un fiume inquinato che scorre

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Charles Bukowski, Like a polluted river flowing

le autostrade sono un groviglio
psicologico di
anime perverse,
fiori morenti nell’ora che muore
del giorno che muore.

vecchie auto, giovani guidatori,
nuovi modelli guidati da
anziani, guidati da
automobilisti senza patente,
da ubriachi, da drogati,
da suicidi, da automobilisti
super-prudenti (i peggiori).

automobilisti con menti da cammello,
automobilisti che si pisciano addosso sui sedili,
automobilisti che bramano di uccidere,
automobilisti che adorano giocare d’azzardo,
automobilisti che incolpano chiunque altro,
automobilisti che odiano tutti,
automobilisti che viaggiano con la pistola.

automobilisti che non sanno
a cosa servono
gli specchietti retrovisori,
a cosa servono le frecce,
automobilisti che guidano senza toccare i freni,
automobilisti che guidano con le gomme lisce.

automobilisti che  guidano piano nella corsia veloce,
automobilisti che odiano le mogli o i mariti,
e vogliono fartela pagare per questo.
automobilisti disoccupati, incazzosi.

rappresentano tutti
l’umanità in generale, esasperati fino in fondo, dementi,
vendicativi, astiosi, mediocri abitanti della nostra cultura, avvoltoi,
sciacalli,squali, remore,pastinache, pidocchi…

tutti sull’autostrada con te
che tallonano,
che tagliano la strada,
che imbrogliano se stessi,
che guardano in cagnesco,
le radio suonano a tutto volume la peggiore musica mai scritta
i serbatoi quasi vuoti,
i motori surriscaldati,
la testa oltre la prossima collina,
incapaci di guidare
o di vivere,
ne sanno di meno di una lumaca che striscia verso casa.

sono quello che vedi ogni giorno
andare dal nulla verso il nulla,
eleggono presidenti, procreano, addobbano
alberi di Natale.

quello che vedi sulle autostrade è quello che c’è,
una processione funebre dietro il morto,
l’orrore più grande dei nostri tempi in movimento

ci vediamo lì domani!

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(Charles Bukowski)

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Written by filippo

giugno 24, 2013 at 8:22 pm

The Feeling of Power, Isaac Asimov

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Isaac Asimov

Isaac Asimov

Nove volte sette

Titolo originale: The Feeling of Power
Prima edizione: If, febbraio 1958
Traduzione di Carlo Fruttero

Jehan Shuman era abituato a trattare con gli uomini che da molti anni dirigevano lo sforzo bellico terrestre. Non era un militare, Shuman, ma a lui facevano capo tutti i laboratori di ricerche incaricati di progettare i cervelli elettronici e gli automi impiegati nel conflitto.
Di conseguenza, i generali gli prestavano ascolto. E lo stavano a sentire perfino i capi delle commissioni parlamentari.
C’erano due esemplari di entrambe queste specie nella saletta del Nuovo Pentagono. Il generale Weider aveva il volto bruciato dagli spazi e la bocca molto piccola, quasi sempre atteggiata in una smorfia. Il deputato Brant aveva guance tonde, lisce, e occhi chiari. Fumava tabacco denebiano con l’indifferenza di un uomo il cui patriottismo è notorio e che può quindi permettersi certe libertà.
Shuman, alto, elegante, e Programmatore di prima classe, li affrontò senza esitazione.
Disse: – Signori, questo è Myron Aub.
– Sarebbe lui l’individuo dotato di speciali capacità, che avete scoperto per caso? – disse il deputato Brant, senza scomporsi.
– Bene! – Con bonaria curiosità squadrò l’omettino calvo, con la testa a uovo.
L’ometto reagì intrecciando nervosamente le dita. Non era mai stato a contatto di persone così importanti in vita sua. Era un Tecnico d’infimo rango, già abbastanza avanti negli anni, che dopo aver fallito tutte le prove di selezione destinate a individuare i cervelli umani meglio dotati, s’era ormai rassegnato da anni a un lavoro oscuro e monotono. Ma poi il Grande Programmatore aveva scoperto il suo hobby e l’aveva trascinato qui.
Il generale Weider disse: – Questa atmosfera di mistero mi sembra puerile.
– Un minuto di pazienza – disse Shuman – e vedrà che cambierà idea. Si tratta di una cosa che non va assolutamente divulgata…
Aub! – Pronunziò il nome monosillabico come se fosse un comando militare, ma era un Primo Programmatore e parlava a un semplice Tecnico.
– Aub! Quanto fa nove volte sette?
Aub esitò un istante. I suoi occhi smorti ebbero un fioco lampo di ansietà. – Sessantatré – disse.
Il deputato Brant inarcò le sopracciglia. – È giusto?
– Controlli lei stesso, onorevole.
Il deputato trasse la sua calcolatrice tascabile, ne sfiorò con le dita due volte il bordo zigrinato, guardò il quadrante e la ripose in tasca. Disse: – E sarebbe questo il fenomeno che lei ci ha chiamato qui ad ammirare? Un illusionista?
– Molto di più, onorevole. Aub ha mandato a memoria alcune operazioni e sa calcolare sulla carta.
– Una calcolatrice di carta? – disse il generale. Sembrava deluso.
– No, generale – disse Shuman, paziente. – Non è una calcolatrice di carta.
Semplicemente un foglio di carta. Generale, vuol essere così gentile da proporre un numero qualsiasi?
– Diciassette – disse il generale.
– E lei, onorevole?
– Ventitré.
– Bene! Aub, moltiplichi questi due numeri e faccia vedere a questi signori in che modo esegue l’operazione.
– Sissignore – disse Aub, chinando il capo. Trasse un taccuino da una tasca della camicia e una sottile matita da pittore dall’altra. La sua fronte era tutta aggrottata mentre tracciava faticosamente sulla carta dei piccoli segni.
Il generale Weider lo interruppe in tono asciutto. – Mi faccia vedere.
Aub gli porse il taccuino e Weider commentò: – Be’, sembra il numero diciassette.
Il deputato Brant annuì e disse: – Proprio così, ma è chiaro che chiunque può copiare dei numeri da una calcolatrice. Io stesso, credo, sarei capace di disegnare un diciassette passabile, anche senza esercizio.
– Se i signori non hanno nulla in contrario, Aub potrebbe continuare – intervenne soavemente Shuman.
Aub continuò, la mano un po’ tremante. Infine disse a bassa voce: – La risposta è trecentonovantuno.
Il deputato Brant consultò una seconda volta la sua calcolatrice tascabile. – Perdio, è esatto. Come ha fatto a indovinare?
– Non ha indovinato, onorevole – disse Shuman. – Ha calcolato il risultato.
L’ha fatto su questo foglietto di carta.
– Storie – disse il generale con impazienza. – Una calcolatrice è una cosa e dei segni sulla carta un’altra.
– Spieghi lei, Aub – disse Shuman.
– Sissignore… Ecco, signori, io scrivo diciassette e subito sotto scrivo ventitré. Poi mi dico: sette volte tre…
Il deputato lo interruppe pacatamente. – Attento, Aub, il problema è diciassette volte ventitré.
– Sì, lo so, lo so – Sì affrettò a spiegare il piccolo Tecnico – ma io comincio col dire sette volte tre perché è così che funziona. Ora, sette volte tre fa ventuno.
– E come lo sa lei? – chiese il deputato.
– Me lo ricordo. Dà sempre ventuno sulla calcolatrice. L’ho controllato innumerevoli volte.
– Questo non significa che lo darà sempre, però – disse il deputato.
– Forse no – balbettò Aub. – Non sono un matematico. Ma vede, i miei risultati sono sempre esatti.
– Vada avanti.
– Sette volte tre fa ventuno, e io scrivo ventuno. Poi tre per uno fa tre, così io scrivo tre sotto il due di ventuno.
– Perché sotto il due? – chiese il deputato Brant, secco.
– Perché… – Aub lanciò un’occhiata implorante al suo superiore. – È difficile da spiegare.
Shuman intervenne: – Direi che per il momento convenga accettare per buono il suo metodo e lasciare i particolari ai matematici.
Brant si arrese.
Aub proseguì: – Tre più due fa cinque, e perciò il ventuno diventa un cinquantuno. Ora, lasciamo stare per un momento questo numero e cominciamo da capo. Si moltiplica sette per due, che ci dà quattordici, e uno per due che ci dà due. Li scriviamo così e la somma ci dà trentaquattro. Ora se mettiamo il trentaquattro sotto il cinquantuno in questo modo, sommandoli otteniamo trecentonovantuno, che è il risultato finale.
Vi fu un istante di silenzio e il generale Weider disse: – Non ci credo. È una bellissima filastrocca e tutto questo giochetto di numeri sommati e moltiplicati mi ha divertito molto, ma non ci credo. È troppo complicato per non essere una ciarlatanata.
– Oh, no, signore – disse Aub, tutto sudato. – Sembra complicato perché lei non è abituato al meccanismo. Ma in realtà le regole sono semplicissime e funzionano con qualsiasi numero.
– Qualsiasi numero, eh? – disse il generale. – Allora vediamo.
– Trasse di tasca la sua calcolatrice (un severo modello militare) e la toccò a caso. – Scriva sul suo taccuino cinque sette tre e otto. Cioè cinquemilasettecentotrentotto.
– Sissignore – disse Aub staccando un nuovo foglio di carta.
– Ora – toccò di nuovo a caso la calcolatrice – sette due tre e nove.
Settemiladuecentotrentanove.
– Sissignore.
– E adesso moltiplichi questi due numeri.
– Ci vorrà un po’ di tempo – balbettò Aub.
– Non abbiamo fretta – disse il generale.
– Cominci pure Aub – disse Shuman, tagliente.
Aub cominciò a lavorare tutto chino. Staccò un secondo foglio di carta, poi un terzo. Finalmente il generale trasse di tasca l’orologio e lo considerò con impazienza. – Allora, ha finito coi suoi esercizi di magia?
– Ci sono quasi arrivato, signore… Ecco il prodotto, signore. Quarantun milioni, cinquecentotrentasettemilatrecentottantadue. – Mostrò la cifra scarabocchiata in fondo all’ultimo foglio.
Il generale Weider sorrise condiscendente. Premette il pulsante di moltiplicazione sulla sua calcolatrice e attese che il ronzio dei meccanismi tacesse. Poi guardò il quadrante della minuscola macchina e disse con voce rauca dallo stupore: – Grande Galassia, l’ha azzeccato in pieno.

Il Presidente della Federazione Terrestre stentava ormai a mascherare, in pubblico, la tensione che lo rodeva e, in privato già permetteva che un’ombra di malinconia velasse i suoi lineamenti delicati, di uomo sensibilissimo. La guerra denebiana, dopo l’entusiasmo e l’unanime slancio dei primi anni, s’era rattrappita a un gioco inane di manovre e contromanovre. Sulla Terra lo scontento cresceva ogni giorno e cresceva forse anche su Deneb.
E ora il deputato Brant, capo dell’importantissima Commissione Parlamentare sull’Organizzazione della Difesa, stava allegramente e placidamente dissipando la sua mezz’ora di colloquio in chiacchiere inutili.
– Calcolare senza una calcolatrice – osservò il presidente con impazienza – È una contraddizione in termini.
– Calcolare – disse il deputato – È soltanto un sistema per elaborare dei dati. Può farlo una macchina come può farlo il cervello umano. Permetta che le dia un esempio. – E, servendosi delle capacità da poco acquisite, prese a calcolare somme e prodotti finché il presidente suo malgrado sentì nascere un certo interesse.
– E funziona sempre?
– Infallibilmente, signor Presidente. Non sbaglia un colpo.
– È difficile da imparare?
– Mi ci è voluta una settimana per impadronirmi perfettamente del sistema. Ma immagino che lei…
– Effettivamente – disse il presidente, pensoso – È un giochetto molto interessante. Ma a che cosa serve?
– A che cosa serve un neonato, signor Presidente? Sul momento non serve a nulla, ma non vede che questo è il primo passo verso la liberazione dalle macchine? Consideri, signor Presidente – il deputato si alzò e la sua voce profonda prese automaticamente le cadenze dei discorsi parlamentari – che la guerra denebiana è una guerra di calcolatrici contro calcolatrici. Le calcolatrici nemiche formano uno scudo impenetrabile di contro-missili che fermano i nostri missili, e le nostre bloccano i loro nello stesso modo. Ogni volta che noi perfezioniamo le nostre calcolatrici, i Denebiani fanno lo stesso, e ormai da cinque anni si è creato un precario e inutile equilibrio di forze. Ora noi siamo in possesso di un metodo che ci permetterà di vincere le calcolatrici, di scavalcarle, di attraversarle. Potremo combinare la meccanica del calcolo automatico con il pensiero umano, avremo per così dire delle calcolatrici intelligenti; a miliardi. Non posso prevedere esattamente quali saranno le conseguenze; ma è chiaro che questa innovazione avrà una portata incalcolabile. E se Deneb ci arriva prima di noi, sarebbe una vera catastrofe.
Con aria preoccupata il presidente disse: – Che cosa dovrei fare secondo lei?
– Conceda il pieno appoggio del governo a un piano segreto per lo sviluppo del calcolo umano. Lo chiami Progetto 63, se vuole. Io rispondo della mia commissione, ma avrò bisogno del sostegno del governo.
– Ma fin dove può arrivare il calcolo umano?
– Non c’è limite. Secondo il Programmatore Shuman, che mi ha parlato per primo di questa scoperta…
– Sì, ho sentito parlare di lui.
– Bene, il dottor Shuman mi dice che in teoria tutto ciò che sa fare una calcolatrice lo può fare anche una mente umana. In sostanza la calcolatrice non fa altro che prendere un numero finito di dati ed eseguire con essi un numero finito di operazioni. La mente umana è perfettamente in grado di ripetere il procedimento.
Il presidente rifletté per qualche istante. Infine disse: – Se lo dice Shuman, non ho motivo di dubitarne… Sarà verissimo. Almeno in teoria. Ma in pratica com’è possibile sapere in che modo lavora una calcolatrice?
Brant sorrise affabilmente. – Le dirò, signor Presidente; gli ho fatto la stessa domanda. E sembra che un tempo le calcolatrici venissero progettate e disegnate direttamente dagli esseri umani. Si trattava naturalmente di macchine molto rudimentali, dato che ciò avveniva prima che si fosse affermato il principio, ben più razionale, di affidare alle stesse calcolatrici la progettazione di calcolatrici ancor più perfezionate.
– Sì, sì. Continui.
– Il Tecnico Aub aveva uno strano hobby: si divertiva a ricostruire queste macchine arcaiche e così facendo ebbe modo di studiare il loro funzionamento e scoprì che poteva imitarle. La moltiplicazione che ho eseguito poco fa è un’imitazione del funzionamento di una calcolatrice.
– Straordinario! – Il deputato tossì leggermente. – E c’è un’altra cosa che vorrei farle presente, signor Presidente… quanto più riusciremo a sviluppare e ad estendere questo nostro progetto, con le sue infinite applicazioni, tanto maggiore sarà la percentuale di investimenti federali che potremo distogliere dalla produzione e dalla manutenzione delle calcolatrici. Via via che il cervello umano si sostituisce alla macchina, una parte crescente delle nostre energie o delle nostre risorse può essere dedicata a impieghi pacifici e in tal modo il peso della guerra sull’uomo comune andrà decrescendo progressivamente. Ed è inutile dire quanto un fatto simile favorisca il partito al potere.
– Ah – disse il presidente. – Capisco ciò che lei intende. Bene, si accomodi, onorevole, si accomodi. Ho bisogno di riflettere sulla sua proposta… Ma intanto, mi faccia ancora vedere quel trucchetto della moltiplicazione.
Vediamo se riesco a capire come funziona.

Il Programmatore Shuman non tentò di affrettare le cose. Loesser era un conservatore, un uomo molto legato alla tradizione, e aveva per le calcolatrici la stessa passione che aveva animato suo padre e suo nonno prima di lui. Controllava tutta la rete di calcolatrici dell’Europa occidentale, e ottenere il suo pieno appoggio al Progetto 63 avrebbe rappresentato un passo avanti di notevole importanza.
Ma Loesser esitava ancora. Disse: – Non vedo troppo di buon occhio quest’idea di mettere in secondo piano le calcolatrici. La mente umana è capricciosa. Una calcolatrice ci dà infallibilmente la stessa soluzione allo stesso problema, ogni volta. Chi ci garantisce che la mente umana sappia fare altrettanto?
– La mente umana, Calcolatore Loesser, non fa che manipolare dei dati. E allora non ha importanza se ad eseguire l’operazione è la mente umana o la macchina. L’una e l’altra sono semplicemente degli strumenti, dei mezzi.
– D’accordo, d’accordo. Ho studiato a fondo la sua ingegnosa dimostrazione e mi rendo conto che la mente è in grado di ripetere esattamente i procedimenti della macchina. Ma mi sembra lo stesso una cosa campata in aria. Anche ammettendo la validità della teoria, che ragioni abbiamo per credere che la teoria si possa applicare in pratica?
– Ritengo che vi siano ragioni molto valide. Gli uomini non si sono sempre serviti delle calcolatrici. Gli abitanti delle caverne, con le loro triremi, le loro scuri di pietra e le loro ferrovie, non avevano calcolatrici.
– E probabilmente non calcolavano nulla.
– Lei sa bene che non è così. Perfino la costruzione di una strada ferrata o di una ziggurat richiedeva dei calcoli, sia pure elementari, e questi calcoli venivano evidentemente eseguiti senza macchine.
– Lei intende dire che gli antichi calcolavano col metodo che lei mi ha dimostrato?
– Probabilmente no. È un fatto che questo metodo (a proposito, noi l’abbiamo battezzato “grafitica”, dalla vecchia parola europea “grafo”, cioè “scrivere”) deriva direttamente dalle calcolatrici, e dunque non può essere anteriore.
Tuttavia i cavernicoli dovevano pur avere un loro metodo, no?
– Arti perdute! Se lei mi vuol parlare delle arti perdute…
– No, no, io non sono un fanatico delle arti perdute, anche se non posso escludere che ce ne siano state. Dopo tutto, l’uomo mangiava grano anche prima dell’idroponica, e se i primitivi mangiavano grano dovevano per forza coltivarlo nel suolo. Che altro sistema potevano avere?
– Non lo so, ma crederò nella coltura in terra quando vedrò del grano crescere direttamente dal suolo. E crederò che si possa ottenere il fuoco strofinando due schegge di pietra quando lo vedrò fare sotto i miei occhi.
Shuman divenne suadente. – Comunque sia, torniamo alla grafitica. Secondo me, va considerata un aspetto del generale processo di eterealizzazione. Il trasporto mediante veicoli più o meno ingombranti sta cedendo il posto al trasferimento diretto. I mezzi di comunicazione tradizionali diventano sempre più maneggevoli ed efficienti. Provi per esempio a confrontare la sua calcolatrice tascabile con gli enormi cervelli elettronici di mille anni fa.
Perché non dovremmo fare l’ultimo passo su questa via, ed eliminare completamente le calcolatrici? Andiamo, il Progetto 63 è già in corso di realizzazione; già si registrano notevoli progressi. Ma abbiamo bisogno del suo aiuto. Se il patriottismo non basta a farle prendere una decisione, consideri la prodigiosa avventura intellettuale che ci sta di fronte.
Loesser disse in tono scettico: – Che progressi? Che potete fare oltre la moltiplicazione? Potete integrare una funzione trascendentale? – Col tempo arriveremo anche a questo. Durante il mese scorso ho imparato ad eseguire le divisioni. Sono in grado di determinare con assoluta precisione quozienti interi e quozienti decimali.
– Quozienti decimali? Con quanti decimali?
Il Programmatore Shuman si sforzò di dare alla sua voce un tono indifferente.
– Non ci sono limiti.
Loesser lo guardò sbalordito. – Senza calcolatrice?
– Mi ponga lei stesso un problema.
– Provi a dividere ventisette per tredici. Con sei decimali.
Cinque minuti dopo Shuman disse: – Due virgola zero sette sei nove due tre.
Loesser controllò il risultato. – Ma è straordinario. Le moltiplicazioni non mi avevano impressionato gran che, perché, insomma, comportano solo dei numeri interi, e avevo l’impressione che potesse trattarsi di un trucco. Ma i decimali…
– E questo non è tutto. Stiamo lavorando in una direzione che fino a questo momento è ancora segretissima e che, a rigore, non dovrei rivelare a nessuno.
Comunque… Stiamo per aprire una breccia nel fronte della radice quadrata.
– La radice quadrata?
– La cosa comporta naturalmente alcuni passaggi difficilissimi e ancora non disponiamo di tutti gli elementi, ma il Tecnico Aub, l’uomo che ha inventato la nuova scienza e che è dotato di una intuizione stupefacente, in questo campo, afferma di aver quasi risolto il problema. Ed è soltanto un Tecnico. Un uomo come lei, un matematico espertissimo e con un’intelligenza superiore, non dovrebbe trovare nessuna difficoltà.
– Radici quadrate – mormorò affascinato Loesser.
– Anche cubiche. Allora, possiamo considerarla dei nostri?
Loesser gli tese di scatto la mano. – D’accordo.

Il generale Weider camminava avanti e indietro a un’estremità del lungo salone, rivolgendosi ai suoi ascoltatori con i modi di un insegnante severo che ha di fronte una classe indisciplinata. Al generale non faceva né caldo né freddo che il suo pubblico fosse composto dagli scienziati civili che dirigevano il Progetto 63. Egli era il supervisore, la massima autorità, e tale si considerava in ogni attimo della sua giornata.
Disse: – Le radici quadrate sono una bellissima cosa. Personalmente, non sono capace ad estrarle e neppure capisco le operazioni relative, ma sono certamente una bellissima cosa. Tuttavia, il governo non può permettere che il Progetto si perda appresso a quelli che alcuni di voi chiamano gli aspetti fondamentali del problema. Sarete liberi di giocare con la grafitica e adoperarla in tutti i modi che vorrete quando la guerra sarà finita; ma adesso abbiamo da risolvere dei problemi pratici della massima importanza.
In un angolo il Tecnico Aub ascoltava con dolorosa attenzione. Non era più, naturalmente, un Tecnico; lo avevano sollevato dalle sue vecchie funzioni, e destinato al progetto, con un titolo altisonante e un lauto stipendio. Ma le differenze sociali restavano, e gli scienziati d’alto rango non avevano mai accondisceso ad ammetterlo nelle loro file su un piede di parità. Né, per rendere giustizia ad Aub, egli lo desiderava. Con loro si sentiva a disagio come loro con lui.
Il generale diceva: – Il nostro obiettivo è semplice, signori; sostituire la calcolatrice. Un’astronave che può navigare nello spazio senza avere a bordo un cervello elettronico può essere costruita in un tempo inferiore di cinque volte, e con una spesa inferiore di dieci volte, a una nave munita di calcolatrice. Se potessimo eliminare le calcolatrici saremmo in condizione di costruire delle flotte cinque, dieci volte più numerose di quelle di Deneb. E al di là di questo primo grande passo, io intravedo qualcosa di ancor più rivoluzionario; un sogno, per ora; ma in futuro io vedo il missile guidato dall’uomo! Tra il pubblico si diffuse un lungo mormorio.
Il generale proseguì. – Attualmente, la nostra più grave “strozzatura” è data dal fatto che i missili dispongono di una intelligenza limitata. La calcolatrice che li guida può non superare certe dimensioni e un certo peso, ed è per questo che trovandosi in una situazione imprevista, di fronte a un nuovo tipo di sbarramento anti-missile, i nostri apparecchi danno risultati così mediocri. Pochissimi, come sapete, raggiungono gli obiettivi, e la guerra missilistica è ormai una continua elisione; infatti il nemico è fortunatamente nelle stesse condizioni nostre. Mentre un missile avente a bordo uno o due uomini, in grado di dirigere il volo mediante la grafitica, sarebbe molto più leggero, più mobile, più intelligente. Ci darebbe quel margine di superiorità che ci porterà alla vittoria. Inoltre, signori, le esigenze della guerra ci obbligano a tener presente anche un altro punto. Un uomo è uno strumento infinitamente più economico di una calcolatrice. I missili con equipaggio umano potrebbero essere lanciati in numero tale e in tali circostanze quali nessun generale sano di mente oserebbe mai prendere in considerazione se avesse a sua disposizione soltanto dei missili automatici…
Disse ancora molte altre cose, ma il Tecnico Aub aveva sentito abbastanza.
Nell’intimità della sua stanza, il Tecnico Aub passò molto tempo a correggere e ricorreggere la lettera che intendeva lasciare. Il testo definitivo, quando lo rilesse, suonava così:

Quando cominciai a studiare la scienza che oggi si chiama grafitica, la consideravo alla stregua di un passatempo privato. Non vedevo, in essa, altro che un divertimento stimolante, un esercizio mentale.
Quando il Progetto 63 venne istituito, io ritenevo che i miei superiori vedessero più lontano di me; che la grafitica potesse essere messa al servizio dell’umanità, potesse contribuire, per esempio, alla realizzazione di congegni veramente pratici per il trasporto individuale. Ma ora capisco che sarà usata solo per spargere morte e distruzione.
Non posso sopravvivere alla responsabilità di aver inventato la grafitica.

Lentamente, diresse verso se stesso un depolarizzatore delle proteine e, senza provare alcun dolore, cadde istantaneamente fulminato.

Erano tutti raccolti, sull’attenti, intorno alla tomba del piccolo Tecnico, mentre veniva reso omaggio alla grandezza della sua scoperta. Il Programmatore Shuman chinò solennemente il capo insieme agli altri, ma non era commosso. Il Tecnico aveva fatto la sua parte, e ormai non c’era più bisogno di lui. Certo, era stato lui a inventare la grafitica, ma ora che la nuova scienza aveva messo le ali, avrebbe continuato da sola, di trionfo in trionfo, fino al giorno in cui i missili avrebbero solcato gli spazi guidati dall’uomo. E oltre ancora.
Nove volte sette, pensò Shuman con profonda contentezza, fa sessantatré, e non ho bisogno che me lo venga a dire una calcolatrice. La calcolatrice ce l’ho nella testa.

E questo gli dava un senso di potenza davvero esaltante.

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Written by filippo

giugno 7, 2013 at 10:36 pm

Racconto “Una vecchia storia”

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Fiera del Libro della Romagna

A sorpresa ho scoperto che il mio racconto “Una vecchia storia” è stato selezionato nel Concorso letterario indetto dalla Fiera del libro della Romagna in collaborazione con Scrivendo Volo e sarà pubblicato nell’antologia “Romagna scrive”.

La premiazione è prevista per domenica 14 aprile, alle ore 11.00, presso il Palazzo del Ridotto a Cesena.

In realtà non sono uno scrittore.

Ho prodotto solo alcuni racconti brevi nei primi anni 2000; già una volta avevo iscritto un racconto, “La mia stella”, ad un concorso ed ero arrivato fra i finalisti, nella categoria “Miglior personaggio maschile”, guadagnandomi la pubblicazione in un’antologia di racconti erotici (il primo e unico che mi sia capitato di scrivere, anche se non lo definirei erotico).

Non sarò mai uno scrittore, ma ogni tanto vedere questi riconoscimenti, pur non essendo il Premio Pulitzer, mi ruba 10 minuti nei quali penso a come sarebbe essere veramente uno scrittore.

Fonte

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Written by filippo

aprile 11, 2013 at 11:20 am

Pubblicato su Libri, Vita personale

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