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Tenniste, una galleria sentimentale

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Tenniste, una galleria sentimentale (Massimo Coppola)

Tenniste, una galleria sentimentale (Massimo Coppola)

Lo prenderei anche solo per la foto in copertina.

Fonte: gazzetta.it

Scritto da filippo

marzo 30, 2012 alle 6:47 pm

Pubblicato in Libri

Siamo felici, non è vero?

con un commento

Edward Hopper, Room in New York

Edward Hopper, Room in New York

Oggi, mentre andavo con l’autobus in ospedale, ho letto il racconto “Una radio straordinaria”, contenuto nella raccolta “Il nuotatore” di John Cheever (fra l’altro anche il racconto che dà il titolo alla raccolta è meraviglioso).

E’ la storia di una coppia di New York (anche da qui la mia scelta del quadro di Hopper) che acquista una radio nuova, ma da un giorno all’altro, invece di trasmettere musica, inizia a trasmettere le conversazioni degli altri inquilini del palazzo.

___

[...]
Jim ritornò a casa verso le sei, la sera seguente. Emma, la domestica, andò ad aprirgli la porta. Si era tolto il cappello e stava levandosi il cappotto, quando Irene arrivò di corsa nel corridoio. Il suo viso era rigato di lacrime e aveva i capelli in disordine. “Sali al 16-C, Jim,” gridò. “Non toglierti il cappotto, sali subito al 16-C. Il signor Osborn sta picchiando sua moglie. È dalle quattro che stanno litigando e ora lui la sta picchiando. Vai su e fallo smettere.”
Dalla radio in soggiorno Jim poteva udire grida, parolacce e colpi sordi. “Lo sai che non devi ascoltare queste cose,” le disse. Entrò con passo deciso in soggiorno e spense la radio. “È indecente,” le disse. “È come spiare attraverso le finestre. Lo sai bene che non devi ascoltare queste cose. Potevi benissimo spegnere la radio.”
“Oh, è una cosa così orribile, così tremenda,” singhiozzava Irene. “È tutto il giorno che l’ascolto, è una cosa così deprimente.” “E allora, se è così deprimente, perché l’ascolti? Io ho comperato questa maledetta radio per darti un po’ di divertimento,” replicò lui. “E l’ho pagata un bel po’ di soldi. Pensavo che potesse renderti felice. Volevo renderti felice.”
“No, no, non bisticciare con me,” gemette Irene, posandogli la testa su una spalla. “Gli altri hanno continuato a litigare per tutto il giorno. Tutti stanno litigando. Sono tutti preoccupati per i soldi. La madre della signora Hutchinson sta morendo di cancro in Florida e loro non hanno abbastanza soldi per mandarla alla clinica Mayo. Almeno è quello che dice il signor Hutchinson, che non hanno abbastanza soldi. E una donna che abita in questa casa ha una relazione con l’uomo tuttofare, con quell’orribile uomo. È troppo disgustoso! E la signora Melville ha disturbi al cuore, e il signor Hendricks perderà il suo posto di lavoro in aprile, e la signora Hendricks dice delle cose orribili su questa faccenda, e quella ragazza che fa suonare il Valzer del Missouri è una prostituta, sì una comune prostituta, e l’uomo dell’ascensore ha la tubercolosi, e il signor Osborn sta picchiando la signora Osborn.” Irene gemeva, tremava per il tormento e cercava di tergersi le lacrime dal viso con il dorso della mano.
“E allora, perché stai ad ascoltare?”, domandò ancora Jim. “Perché ascolti tutte queste cose, se ti fanno sentire così infelice?”
“Oh, no, no, no!”, gridò Irene. “La vita è troppo spaventosa, troppo sordida e angosciosa. Ma noi non siamo mai stati come loro, vero tesoro? Lo siamo stati? Voglio dire, noi siamo sempre stati buoni e sensibili e affettuosi l’uno con l’altro, non è vero? E abbiamo due bambini, due bellissimi bambini. La nostra vita non è sordida, vero che non lo è, tesoro? È vero?” Gli gettò le braccia al collo e attirò il suo viso verso il proprio. “Noi siamo felici, non è vero, tesoro? Siamo felici, non è vero?”

[...]
Irene si alzò da tavola e andò in soggiorno. Jim arrivò fino alla porta e da lì le gridò: “Come mai sei diventata una santarellina tutt’a un tratto? Che cosa ti ha trasformato in una suora di clausura da un giorno all’altro? Hai rubato i gioielli di tua madre prima che fosse omologato il suo testamento. Non hai mai dato a tua sorella un centesimo di quei soldi che erano destinati a lei, nemmeno quando ne aveva bisogno. Hai reso impossibile la vita a Grace Howland, e dov’erano poi tutta la tua carità e la tua virtù quando sei andata a fare quell’aborto? Non dimenticherò mai com’eri fredda. Hai fatto la valigia, e sei andata a far ammazzare quella creatura come se stessi andando a Nassau. Se avessi avuto qualche motivo, se avessi avuto qualche buon motivo…”
Irene rimase per un attimo davanti a quell’odioso mobile della radio, umiliata e disgustata, ma trattenne la mano sull’interruttore prima di far tacere la musica e le voci, sperando che quello strumento potesse parlarle dolcemente, che le giungesse la voce della bambinaia degli Sweeney. Jim continuava a gridare dalla porta. La voce alla radio era suadente e distensiva. “Un disastro ferroviario all’alba di questa mattina a Tokio,” diceva l’altoparlante. “Ventinove persone sono rimaste uccise. Un incendio in un ospedale cattolico per bambini ciechi, nei pressi di Buffalo, è stato estinto nelle prime ore del mattino dalle suore. La temperatura è di otto gradi, l’umidità ottantanove”.

Scritto da filippo

marzo 12, 2012 alle 4:15 pm

Pubblicato in Arte, Libri

3 donne

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In occasione della “Festa della donna”, voglio dedicare un breve articolo a 3 donne che negli ultimi mesi mi hanno avvicinato e coinvolto in temi o arti, in precedenza trascurati.

  • Alda Merini, di cui sto lentamente leggendo e apprezzando le poesie e la biografia.
  • Magda Szabó, di cui ho iniziato il libro “Il vecchio pozzo”, un triste giorno trascorso in sala d’attesa al pronto soccorso e che ho deciso di reiniziare e assaporare pienamente appena avrò 2-3 giorni liberi. Merita una lettura concentrata.
  • Wisława Szymborska, scoperta soltanto dopo la sua morte, grazie anche alle letture di Roberto Mercadini (“Sulla morte, senza esagerare“, “La cipolla“) e approfondita leggendo la raccolta di poesie “La gioia di scrivere” in ogni momento d’attesa.
Alda Merini

Alda Merini

Magda Szabó

Magda Szabó

Wisława Szymborska

Wisława Szymborska

 

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Scritto da filippo

marzo 8, 2012 alle 10:07 am

Pubblicato in Attualità, Libri, Vita personale

Salinger, lettera a Hemingway

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Salinger, lettera a HemingwayOggi la Stampa ha pubblicato in italiano una lettera di J.D. Salinger ad Ernest Hemingway del 1946 che era stata presentata al pubblico nel 2010 dalla Biblioteca Presidenziale John Fitzgerald Kennedy di Boston (nella traduzione c’è qualche errore di trascrizione soprattutto nei nomi: “Wurmberg” è Nürnberg, Norimberga, “Catherine Barkley” è Catherine Barclay, “Ollie Appletton” è Appleton). La biblioteca aveva a suo tempo diffuso la lettera originale dattiloscritta.

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08/02/2012 – La Riscoperta
Salinger, lettera a Hemingway “Sono un idiota (ma resti tra noi)” di Masolino D’Amico
Una lettera del ’46 al celebre collega: due anni prima si erano conosciuti nella Parigi appena liberata

Coppia improbabile nella Parigi del 1944 appena liberata dagli Alleati, quella del celebre scrittore Ernest Hemingway che offriva champagne al Ritz e si pavoneggiava come se la guerra l’avesse vinta lui, e lo schivo soldatino J. D. Salinger, scrittore anche lui ma semisconosciuto, e reduce da due durissimi anni di guerra combattuta davvero, durante i quali aveva partecipato allo sbarco in Normandia ed era stato tra i primi a subire lo shock di entrare in un campo di concentramento. Queste esperienze gli avrebbero procurato un forte esaurimento nervoso e il ricovero in un ospedale militare in Germania. Da qui il futuro autore del Giovane Holden (nome che aveva già usato in un racconto) scrisse nell’estate del 1946 la lettera ora riemersa a «Papa», il quale era stato generoso con lui, tra l’altro leggendo i suoi scritti ed essendogli prodigo di lodi, nonché certo incoraggiandolo a adottare nella corrispondenza con lui un tono amichevole se non addirittura confidenziale.

Anche Salinger ovviamente ammirava Hemingway e conosceva bene i suoi libri, vedi l’allusione a Catherine Barkley, che è l’infermiera di cui si innamora il protagonista di Addio alle armi. Tra gli altri punti della lettera che possono richiedere un’illustrazione: la madre iperprotettiva che accompagnò a scuola Salinger fino a ventiquattro anni (ma è un’ovvia esagerazione) non era ebrea di nascita come Salinger padre, però si era convertita alla religione ebraica e aveva abbracciato le tradizioni dell’etnia. Gli arresti a cui Salinger allude hanno a che fare con il suo impiego negli interrogatori durante il processo di denazificazione messo in atto dagli alleati nella Germania occupata, attività alla quale lo qualificava la sua ottima conoscenza del tedesco. Gary Cooper aveva interpretato Per chi suona la campana, discussa trasposizione del romanzo di Hemingway, il quale a differenza di altri scrittori aveva l’abitudine di disinteressarsi degli adattamenti dei suoi libri.

A Vienna Salinger era stato mandato dal padre nel quadro delle attività della sua ditta di importatore di carne; era ripartito subito prima dell’annessione dell’Austria da parte di Hitler. L’interesse di Salinger per il teatro può essere messo in rapporto anche con la sua infatuazione per Oona, la giovane figlia di Eugene O’Neill, che poi scandalosamente sposò Charlie Chaplin; Salinger le scrisse molte lunghissime lettere nel 1941. Journey’s End è la commedia dell’inglese R. C. Sheriff, probabilmente la più famosa di quelle ispirate dalla Grande Guerra. Il genuino e ben motivato giudizio su Scott Fitzgerald da parte di Salinger, e indubbiamente condiviso dal suo interlocutore, infine, mostra come due grandi scrittori americani sapessero apprezzare l’autore del Grande Gatsby, da poco scomparso, in un momento in cui le sue fortune presso la critica e il pubblico sembravano in declino.

La lettera di Salinger a Hemingway, ritrovata nella biblioteca John F. Kennedy di Boston, sarà pubblicata su http://www.satisfiction.me, il sito del bimestrale ideato da Gian Paolo Serino e specializzato negli inediti dei maggiori scrittori italiani e internazionali. Di Satisfiction è ora in libreria il numero 13, con inediti, tra gli altri, di Doctorow, Foucault e Vonnegut.

Jerome David Salinger

Jerome David Salinger

Ernest Miller Hemingway

Ernest Miller Hemingway

Caro Papa,
Ti scrivo da un ospedale di Wurmberg. Qui c’è una certa carenza di Catherine Barkley, devo dire. Mi aspetto di essere dimesso domani o dopodomani. Non avevo niente di grave, ma ero in uno stato di avvilimento quasi costante e mi sono detto che mi avrebbe fatto bene parlare con qualcuno di sano. Mi hanno chiesto della mia vita sessuale (che non potrebbe essere più normale – per fortuna) e della mia infanzia (normalissima: mia madre mi ha accompagnato a scuola fino ai ventiquattro anni – ma conosci le strade di New York), e alla fine mi hanno domandato se mi piaceva o no l’Esercito. Mi è sempre piaciuto l’Esercito.
Ho conosciuto Lester Hemingway prima che la Quarta Divisione tornasse negli States. È venuto nella nostra casa di Weissenburg e ha bevuto e chiacchierato con me. È un tipo a posto.
Rimangono pochissimi arresti da fare, nella nostra divisione. Adesso stiamo prendendo tutti i bambini sotto i dieci anni che hanno un’aria sprezzante. Bisogna concedere all’Esercito i suoi arresti vecchio stampo, bisogna gonfiare il Rapporto.
Il Capitano Ollie Appletton, il precedente CO del reparto, ha ottenuto il Congedo attraverso la Croce Rossa, tornando negli Stati Uniti sotto una pioggia di stelle di bronzo. Prima di andarsene, in nome dei vecchi tempi, ha passeggiato intorno alle foto dei suoi possedimenti in Scarsdale. Per molti di noi è stato un momento maledettamente toccante.
Come sta venendo il tuo romanzo? Spero che tu ci stia lavorando sodo. Non venderlo al cinema. Sei un tipo ricco. Come Presidente dei tuoi tanti fan club, so di parlare a nome di tutti quando dico Abbasso Gary Cooper. Perché stai davvero lavorando a un nuovo romanzo, no? Mi rendo conto che a Cuba le macchine non sono sicure.
Ho chiesto al CIC di mandarmi a Vienna, finora senza successo. Nel 1937 ci sono stato quasi per un anno intero, e ho voglia di mettere di nuovo un pattino da ghiaccio al piede di qualche bella ragazza viennese. Non mi sembra di chiedere troppo all’Esercito.
Ho scritto un altro paio di racconti incestuosi, diverse poesie e parte di una commedia. Se riuscirò a uscire dall’Esercito, potrei finire la commedia e chiedere a Margaret O’Brien di interpretarla con me. Con un taglio di capelli militaresco e una fossetta di Max Factor sull’ombelico, potrei recitare io stesso la parte di Holden Caulfield. Una volta ho fatto un’interpretazione molto sensibile di Raleigh, in Journey’s End. Molto sensibile.
Darei il mio braccio destro per andarmene dall’Esercito, ma non con un biglietto psichiatrico del tipo quest’uomo-non-è-adatto-alla-vita-militare. Ho in mente un romanzo molto sensibile, e non permetterò che l’autore passi per un idiota nel 1950. Io sono un idiota, ma non voglio che la gente sbagliata lo sappia.
Mi piacerebbe che mi mandassi due righe, se ci riesci. Lontano dalla scena, è molto più facile pensare chiaramente. Con il tuo lavoro, voglio dire.
La prossima volta che sarai a New York, spero di essere in giro e riuscire a vederti, se avrai tempo. I discorsi che abbiamo fatto qui sono stati gli unici momenti di speranza in tutta la faccenda.
Sinceramente,
Jerry Salinger

P.S. Se c’è qualcosa che possa fare per te, qualche messaggio da portare a qualcuno, ne sarei lieto.
Il progetto del mio libro di racconti è andato a pezzi. Il che è un gran bene, e non sto indorando la pillola. In questo momento sono ancora troppo legato da bugie e affetti, e vedere il mio nome stampato su una copertina polverosa rimanderebbe qualsiasi vero miglioramento di svariati anni.
Edmund Wilson ha pubblicato una specie di album di ritagli su F. Scott Fitzgerald (che cosa sporca), chiamandolo The Crack Up. Malcolm Cowley lo ha recensito per il New Yorker, o ha recensito Fitzgerald stesso in maniera dannatamente superiore rispetto ai critici medi che recensiscono uomini morti. È così facile scrivere una «buona» recensione di Fitzgerald. Le sue imperfezioni saltano agli occhi, e se un paio non lo fanno, è Fitzgerald stesso a puntarle col dito. È stupido da parte dei critici lamentarsi del fallimento di Fitzgerald di «sviluppare» le sue storie. Mi sembra ovvio che chiunque scriva un libro come Gatsby non potrebbe mai «sviluppare» un bel niente. La sua arte, o la sua bellezza, era applicabile soltanto alle sue debolezze, non ti sembra? Diversamente da molti critici, non penso che Gli ultimi fuochi sarebbe stato il suo libro migliore. Era lì lì per incasinare tutto. Lì lì per dare al libro un twist alla Gatsby. In effetti, è meglio che non l’abbia finito, credo.
Buone cose.
J.

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Fonti: lastampa.it e ilpost.it

Scritto da filippo

febbraio 8, 2012 alle 11:40 am

Pubblicato in Libri