Filippo Venturi | Photography

Un gelido inverno

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Un gelido inverno (Jennifer Lawrence)

Un gelido inverno (Jennifer Lawrence)

In una comunità rurale racchiusa tra le montagne del Missouri, la giovane Ree accudisce la madre inferma e i fratellini. Suo padre è uscito di galera da poco, e prima di sparire ha ipotecato la casa in cambio della cauzione. Non si dovesse presentare all’udienza, Ree e la sua famiglia perderebbero tutto. Per questo la ragazzina segue le tracce del babbo, pedinata dall’ostilità criminale di uomini e donne che dopo avere passato un secolo a distillare whisky di frodo, ora fanno lo stesso con la cocaina. Premio della Giuria al Sundance 2010, massimo riconoscimento al Torino Film Festival dello stesso anno, quattro nomination all’Oscar 2011… Ci sarebbe da pensare a Un gelido inverno (l’originale Winter’s Bone significa “freddo nelle ossa”) come al tipico prodotto da festival, un po’ ruffiano… E invece no: è un’opera sorprendente, qualcosa di insolito nel cinema americano contemporaneo. Un film ancorato alla propria radice letteraria (il libro omonimo di Daniel Woodrell, edito da Fanucci, è consigliatissimo), capace però di trascendere la pura narrazione per estendersi a un’idea di estetica. Il freddo che diventa immagine. Il colore delle ossa che impregna l’aria (la regista Debra Granik, bravissima, viene dalla fotografia). Il microcosmo di Ree è senza tempo, sospeso in un eterno fluire; solo le macchine parlano chiaramente di modernità, per il resto potremmo essere nel 1862 o nel 1978, senza differenze. E ancora più lucido è il rovescio della medaglia: la certezza che una miseria sociale ottocentesca possa essere la stessa dell’America di Obama, con i reclutatori dell’esercito nelle scuole, oggi per mandare i ragazzi in Afghanistan, l’altro ieri per combattere contro gli odiati yankee. In questo scenario, l’odissea di una donna poco più che bambina assume connotati mitici. Raggiunge una sorta di Ade (l’acquitrino gelido dove riposano gli amabili resti…) mentre intorno a lei si agitano i fantasmi né domi né pacificati di un mondo selvaggio e western, a un passo dalle rappresentazioni horror di Rob Zombie. Come la coetanea Mattie di Il Grinta, ma con un senso del tragico che alla ragazzina dei fratelli Coen manca del tutto.

Mauro Gervasini

Written by filippo

March 11, 2011 at 6:58 pm

Posted in Cinema

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